Riflessioni di una copywriter: la comunicazione nelle campagne Pro Vita

di Francesca Mudanò  – 8 giugno 2018

La maxi affissione della onlus che si fa chiamare “Pro Vita” – nome che, più ci rifletto più suona come un’accusatio non petita – è apparso sullo schermo del mio computer ad Aprile, quando, dopo essere stato affisso a Roma, ha scatenato un putiferio di discussioni sui social. Discussioni a cui ho preso sentitamente parte, in quanto, come donna e come professionista della comunicazione, mi sono sentita profondamente offesa dal messaggio che veicolava.
Nel giro di pochi giorni la Sindaca Raggi l’ha fatto rimuovere e la discussione si è placata.

Nel giro di poco, ha fatto seguito un altro manifesto, in questo caso non di Pro-Vita, che accostava l’aborto al femminicidio. Proprio per l’insensatezza dell’accostamento, farlo rimuovere è stato semplice e più rapido, ma è restato – e circolato online – il tempo sufficiente perché, ci scommetto, abbia potuto attecchire nella mente di alcuni.
Non voglio parlare oggi di femminicidio e di quanto non abbia nulla a che vedere con l’aborto, ma di certo non avevamo bisogno che si facesse confusione su questi argomenti. Ricordo tra l’altro che, in Italia, viene uccisa una donna ogni 3 giorni per mano di amanti/mariti/famigliari.

Queste due pagine di comunicazione, che ben poco onore fanno al nostro mestiere, non sono state affatto voltate.
La Onlus “Pro-Vita” non ha fermato il suo investimento.
Questa volta la maxi affissione è apparsa a Genova, dove il Sindaco Bucci ha deciso di non rimuoverla appellandosi alla libertà di espressione. Peccato che il Sindaco sembri ignorare non solo che la libertà di uno termina laddove inizia quella di un altro, ma anche le regole del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria.

Per questo ho scritto al lui, ho scritto allo IAP e ora ho chiesto di scriverne anche qui.

Inizierò ricordando i tre articoli che la campagna di Pro Vita a mio avviso viola.

Art. 9 – Violenza, volgarità, indecenza
La comunicazione commerciale non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale o tali che, secondo il gusto e la sensibilità dei consumatori, debbano ritenersi indecenti, volgari o ripugnanti.

Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona
La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose.
Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere.

Art. 11 – Bambini e adolescenti
Una cura particolare deve essere posta nei messaggi che si rivolgono ai bambini, intesi come minori fino a 12 anni, e agli adolescenti o che possono essere da loro ricevuti. Questi messaggi non devono contenere nulla che possa danneggiarli psichicamente, moralmente o fisicamente e non devono inoltre abusare della loro naturale credulità o mancanza di esperienza, o del loro senso di lealtà.

Vediamo ora il manifesto nel dettaglio.

Intanto non si rivolge alle donne.
Il “copywriter” parla invece ai bimbi (articolo 11), quelli nati, usando la vocina che la maestra dell’asilo usa con i suoi piccoli alunni, quando fa loro scoprire grandi verità, alla “Siamo fatti così”.
“Tu eri così”, “avevi gli organi già formati”, “il tuo cuore batteva già alla terza settimana dal concepimento”. (già che c’erano potevano scrivere “cuoricino”, no?)

Il capolavoro arriva alla fine: “E ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito”.

Questa secondo me è la frase su cui è necessario riflettere.
E’ infatti in questa frase di chiusura che c’è tutta la violenza e la discriminazione di genere, che merita un immediato intervento da parte dello IAP.

Sarebbe doveroso che lo facesse per le seguenti ragioni.

1) È un atto di profonda violenza nei confronti di tutte le donne che loro malgrado si sono trovate/si stanno trovando nella tragica condizione di scegliere di abortire. Abortire è una ferita profonda che ti accompagna per tutta la vita, e nessuno ha il diritto di giudicare cosa ti costringe a farlo, né uomo né donna. La scelta dell’aborto è profondamente privata e anche unica, visto che ognuno di noi vive la propria personalissima storia. Tra l’altro l’aborto è un diritto sancito dalla legge, e la legge deve essere tutelata e rispettata, visto che tutela e rispetta le donne. Cosa che questo manifesto ovviamente non fa.

2) È un messaggio che può danneggiare psichicamente e moralmente i bambini, e anche la relazione con le loro madri, nel caso queste si dovessero trovare a dover interrompere una gravidanza.

3) Può contribuire all’aumento degli obiettori di coscienza, con un solo risultato: l’aumento degli aborti clandestini. L’Organizzazione Mondiale della Sanità – loro sì che sono “pro-vita” – raccomanda che sia disponibile, per tutte le donne, ricorrere ad aborti legali e sicuri. Ogni anno nel mondo gli aborti svolti in contesti non sicuri causano 47 000 morti e 5 milioni di ricoveri ospedalieri.

4) Attecchisce su menti suggestionabili e propugna una contro-cultura che ha potenziali effetti letali, stigmatizzando e isolando le donne, in un momento molto delicato in cui avrebbero maggiormente bisogno di tutela.

Questa campagna, il recarsi con camioncini pubblicitari davanti alla ASL dove si praticano gli aborti con il messaggio “Sono un bambino guardami”, sono comportamenti contro:
– la libertà;
– i diritti altrui sanciti dalla legge;
– le donne (e sì anche le loro famiglie) che implicitamente vengono additate come le assassine di quel feto/bambino che si ciuccia il dito.
In generale vale la pena ricordare che quelli di Pro Vita non sono contro solo all’aborto e a quanto sopra. Sono anche contro al sesso fuori dal matrimonio, contro ai contraccettivi, contro al sesso omosessuale, contro le unioni gay, contro l’eutanasia e così via. Se questa è la vita che loro vogliono vivere va benissimo, ma come copywriter consiglio loro di trovarsi un altro nome.

 

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