GUCCI, l’accusa di razzismo, la potenza dei social network e il ritiro dal mercato

di Avv. Elena Carpani – 11 febbraio 2019

Ritorna l’ombra del blackface. Gucci, (dopo Prada) accusata di razzismo per un maglione esibito nella sfilata.

Un maglione passamontagna nero che copre metà del viso con una grande bocca rosso fuoco disegnata attorno a un’apposita fessura per far vedere le labbra di chi lo indossa.

Peccato che questo modello ricordi in modo evidente la “blackface” indossata per 200 anni in America dagli attori bianchi per imitare, irridendole, le persone nere in una rappresentazione razzista e stereotipata.

Nei giorni nostri e grazie ai social, o a causa dei social, basta davvero poco per mandare in crisi un intero sistema.

E così è accaduto per Gucci. I social si sono scatenati e sono piovute accuse di razzismo sulla casa di moda, che si è pubblicamente scusata e ha ritirato il capo in questione dal mercato.

Ci scusiamo profondamente per le offese causate dal maglione passamontagna. Confermiamo che il capo è stato ritirato dal nostro store online e dai negozi fisici“, fa sapere l’azienda fiorentina.

Non è mia intenzione entrare nel merito dell’episodio. Non conta la mia opinione, ma contano i fatti.

Concentrandoci sulla moda, immaginiamo che l’episodio di cui stiamo parlando si fosse verificato nell’era “pre social”.

Ebbene, poteva accadere che qualche giornalista di settore potesse storcere il naso e criticare il capo fatto sfilare dalla griffe.

Gli addetti ai lavori ne avrebbero parlato, ma tutto sarebbe finito così.

Oggi bisogna fare i conti con un mondo di soggetti “connessi”, che entrano in contatto con notizie che magari non sono oggetto del loro interesse (per esempio la moda) ma che sono pronte a condividere post quando, in occasione di un fatto che attiene ad ambiti a loro poco affini, entrano in gioco valori condivisi.

Oggi non si può sbagliare. Non si deve. Perché il gradimento per una marca passa da quello che la marca comunica quando presenta i suoi prodotti, quando li pubblicizza, quando li mostra in vetrina.

Che piaccia o no, il mondo funziona così e una svista (sono certa che non ci fosse un intento razzista nel far sfilare un capo come il dolcevita di cui stiamo parlando, ci si è solo ispirati a una iconografia “inopportuna” che probabilmente è piaciuta allo staff dello stilista il quale non si è posto il problema) può far parlare male e danneggiare l’immagine di un marchio, oltre a causare ingenti danni economici all’azienda che ne è titolare.

Quello che è strano è che da poco tempo lo stesso era accaduto ad un competitor, Prada appunto. Strano davvero. Tutti troppo di corsa?

 

 

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