Dal Super Bowl a Sanremo: abbiamo la pubblicità che ci meritiamo?

di Massimo Guastini – 7 febbraio 2019

Il Festival di Sanremo è entrato nel vivo, ma lasciatemi spendere qualche parola (e un auspicio), partendo dall’equivalente mediatico americano: il Super Bowl.

Nel Super Bowl 2015, Run Like a Girl fu il secondo commercial più apprezzato dal pubblico.

Nel Super Bowl 2017 il commercial più amato dagli americani fu Mister Clean, “You Gotta Love A Man Who Cleans”.

Ecco che cosa ha mandato in onda l’altra sera Pampers durante la finale vinta dai Patriots.

 

 

Non ho ancora dati disponibili, ma il video figura già in varie classifiche on line dei dieci commercial più belli di questa edizione del Super Bowl.

Lo so, ci sono ancora molte aziende (e comunicatori) che sposano il punto di vista recentemente espresso dalla responsabile comunicazione Henkel, Elke Schumaker: “d’altra parte le pubblicità non hanno certamente il compito di cambiare la società…”

Ma se non fosse solo un “compito”? E se fosse un’opportunità?

Pamper ha scelto di raccontare, con humor, che anche cambiare il pannolino ai figli può cambiare in meglio la vita, di tua moglie in primis, oltre alla percezione delle donne in generale.

Uno spazio di 30 secondi durante il Super Bowl supera i 5 milioni di dollari, (a parte tutti gli altri costi di creazione e produzione del content). Quindi la posta in palio è di tutto rispetto. Sbagliare sarebbe costoso. Eppure ci sono aziende che usano questo dispendioso palcoscenico per lanciare messaggi che possono contribuire a cambiare (in meglio) la società.

Davvero l’Italia non è pronta per messaggi di questo tipo?

Davvero i circa venti milioni di italiani che guarderanno Sanremo sono più “arretrati” rispetto agli oltre 100 milioni di americani che hanno visto il Super Bowl?

Oppure, in realtà, i nostri addetti ai lavori (marketer e comunicatori) devono ancora maturare la consapevolezza che oltre a conoscere le statistiche hanno il potere di cambiarle?

Che ogni qualvolta acquistano e utilizzano degli spazi pubblicitari si assumono una responsabilità rispetto ai principi e alle visioni del mondo che andranno a diffondere.

Chiudo con l’auspicio.

Spero di vedere in TV, durante questa settimana di festival, dei commercial che mi facciano pensare: “è migliorata la considerazione dei marketer per sensibilità e intelligenza degli italiani. Pubblicità e progresso sono termini che possono convivere anche qui”.

In fondo la scelta elettorale degli americani non è stata tanto meglio delle nostre.

 


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